19 Gennaio 2023

Che scuola desideriamo per i nostri bambini e per i nostri ragazzi?

“[…] non ci si può aspettare di rivedere a scuola gli stessi alunni che sono “spariti” a febbraio. Neppure quelli che hanno seguito a distanza sono come prima. […] Non si può iniziare con il “dove eravamo rimasti?”. […] sarà necessario conoscere di nuovo ciascun singolo alunno, per ciò che ha vissuto e per come lo ha vissuto. […] Ciascun adulto che rientrerà nella scuola dovrà tenere a mente di non essere lui stesso ciò che era quando le lezioni sono state sospese. Quello che abbiamo vissuto, lo sappiamo o no, ha cambiato noi stessi e la nostra visione del presente e del futuro. […] Non c’è Scuola senza speranza, slancio verso il domani, fiducia nell’impegno personale e di comunità, reciprocità e senso dell’esistenza. […]”

Questi sono solo alcuni passaggi della nota che l’allora Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Stefano Versari, pubblicò il 24 giugno del 2020 come contributo alla ripartenza delle scuole (clicca qui per leggere il testo integrale).

A distanza di oltre 2 anni è impressionante constatare la veridicità di quelle parole. Quello che all’inizio poteva sembrare un discorso condivisibile ma forse un po’ astratto, si è progressivamente trasformato in una lucida ed efficace rappresentazione di una realtà che appare sempre più complessa.

Che scuola desideriamo per i nostri bambini e per i nostri ragazzi?
Quali strade stiamo provando a costruire? Come giudichiamo i nostri tentativi di fare scuola?
Dove stiamo andando e dove vogliamo arrivare? Di cosa c’è più bisogno?…

A partire da queste domande l’assemblea dei soci di quest’anno è stata un’occasione privilegiata di dialogo, confronto e condivisione tra chi ha a cuore il presente ed il futuro delle nostre scuole.
Di seguito alcuni contributi.


GLI INTERVENTI DEI GENITORI

Che scuola desideriamo per i nostri bambini e per i nostri ragazzi? 
Un luogo in cui incontrare persone Coraggiose, coraggiose perch  ripartono da un “fatto solido e certo” ogni volta che accade qualcosa di buono o di cattivo. Per ora ho visto questo riflesso nei 3 bimbi che sono in Carovana/TP

Quali strade stiamo provando a costruire? 
Io educo in una “scuola primitiva”, la mia casa, in cui seguo la teoria educativa di “ammazzarli di invidia” per ora!

Di cosa c’è più bisogno?…
Non sono un esperto o un analista, sono solamente un genitore. Perciò, parlando da genitore, oggi sono alla ricerca di un luogo… …un luogo per sperimentare e aiutare a generare il rapporto tra i ragazzi; un luogo dove questo “spazio sociale” vada fuori dall’orario scolastico. Uno “spazio sociale” nel quale i ragazzi intravedano, sentano, gustino e desiderino quello che altri sanno fare meglio di loro (con più gusto non più nozioni) e stare insieme per conoscere e conoscersi.

Capisco che la Carovana non è una parrocchia, non ha compiti sociali o ecumenici ma ai ragazzi manca… e si vede! Dopo il Covid, se possibile, manca in modo più evidente. Quelli che una volta erano il parchetto /oratorio / polisportiva… dove potevi essere chi dovevi essere in quel momento. Sono forse rimasti gli sport di squadra. Oggi, la modalità anni 80/90 degli oratori “è morta”, è un fatto! Invece sarebbe il luogo più necessario da ricostruire, capisco e non contesto le problematiche che hanno portato a questa dinamica (giuridiche, costi, responsabilità, diffidenza, distanza).

Però ribadisco che c’è la necessità, e forse il desiderio di molti(genitori e figli) di ricostruire una sorta di oratorio/parchetto, quindi un posto dove si possano raggruppare e che permetta uno momento di rapporto personale dove sperimentare la socialità senza un mediatore adulto vincolante (insegnante/prof). Questa necessità è molto più forte per chi frequenta una scuola non di quartiere come è la Carovana, in cui i rapporti extra-scolastici sono ancora più radi e difficoltosi causa la distanza oggettiva tra gli studenti che provengono da tutto il comune e oltre.
Alessandro


Quello che posso dire è che la scuola va oltre ogni mia aspettativa: mi sento come se fossimo entrati in una grande, amorevole e attenta famiglia super organizzata. Non ho mai visto mia figlia così appassionata alla scuola e così contenta di andare a scuola (la sveglia che fino all’anno scorso suonava alle 7.30 quest’anno squilla alle 6.15 ma mia figlia si alza e si prepara da sola per arrivare puntuale a scuola).

Niente è lasciato al caso e nessuno è lasciato solo. La sensazione che da genitore ho è di serenità: so che mia figlia è in buone mani e che quelle stesse mani sono pronte a tendersi anche verso me e mio marito.
E aggiungo che – per chi come noi vuole lasciare come eredità ai propri figli la Fede – questa scuola è quanto di meglio una famiglia cattolica possa chiedere in un mondo che sempre di più si basa sull’io e non sul noi. 
Ultimo ma non meno importante il ruolo del corpo docente, che è composto da maestri che insegnano ai nostri figli non solo nozioni ma metodi di analisi e approccio alla conoscenza, senza innestare meccanismi di competizione ma bensì di collaborazione tra i ragazzi. 
Ecco, questo è probabilmente quello che dirò il 19 se ce ne sarà l’occasione.
Barbara


Buonasera mi chiamo Beatrice e sono una mamma “storica” della Carovana poiché da quasi 20 anni ininterrottamente le mie figlie frequentano la scuola, non perché siano state bocciate, ma perché sono cinque, l’ultima è in seconda media. 

Ho conosciuto la Carovana tramite una collega e amica che stimo molto, e da subito mi ha attirato il fatto che fosse una scuola di stampo cattolico, poiché sono convinta che l’ideale cristiano possa educare la persona nella sua interezza. 
Mi è capitato più volte di rendere ragione di questa scelta, che assieme a mio marito, ho fatto nel 2003 e confermato di anno in anno. 
La prima cosa di cui parlo è l’INCONTRO.
Alla Carovana ho incontrato sempre insegnanti che in realtà, erano e sono, prima di tutto EDUCATORI, desiderosi e capaci di guardare le mie figlie come persone e non soltanto come alunne, con uno sguardo attento che va oltre la valutazione delle loro capacità. 
Ho incontrato insegnanti che mi hanno restituito un’immagine delle mie figlie talvolta corrispondente alla mia, talvolta  nuova e diversa, e questo mi è stato di aiuto nel mio compito di genitore.
Alla Carovana poi ho sempre avuto l’opportunità di DIALOGARE con gli insegnanti, di chiedere loro, ad esempio, il perché di certe scelte educative o di atteggiamenti che inizialmente non comprendevo. 
Nelle mie richieste mi sono sempre sentita ACCOLTA e non giudicata e questa possibilità reale di CONFRONTO è il principale valore aggiunto che permette di realizzare una sincera ALLEANZA tra la scuola e la famiglia. 
Parlando nuovamente di incontri, sono fiera che nel loro cammino scolastico le mie figlie abbiano potuto fare un assaggio di quella “bellezza che salverà il mondo” scoprendo ad esempio autori come: Omero, Shakespeare, Dostoevskij, Lewis, Tolkien, Guareschi. 
“Che scuola desideriamo per i nostri bambini e per i nostri ragazzi?”. 
Vorrei provare a rispondere con un episodio dei tanti che le mie figlie mi hanno riportato. 
Un giorno Maria Pia mi disse: “Mamma quando la maestra Anna mi guarda, io mi sento più brava”. Penso che questo sguardo incoraggiante sia ciò di cui i nostri figli e anche noi abbiamo bisogno.
Beatrice


La scuola che vorrei – in 2 minuti e mezzo.

Vorrei una scuola che fosse meno frontale, una scuola che non dà risposte, ma che insegna a trovarle (e che permette di trovarle). 
Vorrei una scuola meno seduta e meno bidimensionale, ma dove si impara anche con il corpo e con i movimenti, in 3 dimensioni. Anzi in 4 dimensioni, perchè anche il tempo è uno spazio dell’apprendimento, che deve essere calibrato, che ha le sue pause, che deve prevedere un’alternanza di voci. Vorrei una scuola inclusiva, dove ogni bimbo è un BES, perchè ogni bimbo, e ognuno di noi, ha bisogni educativi speciali. Una scuola individualizzata, perchè qualcuno impara ascoltando, qualcuno guardando, qualcuno scrivendo o disegnando. Dove i libri parlano, e sono colorati e pieni di figure, di schemi, di disegni, di mappe, perchè così ricordo meglio, e perchè se sono belli ho più voglia di imparare. Vorrei una scuola tecnologica, dove la tecnologia non sostituisce ma integra, e aiuta quando serve. Dove i compiti si scrivono sulle pagine di carta di un diario, perchè insegna ad organizzarsi e a responsabilizzarsi. Vorrei una scuola cooperativa, dove i banchi non hanno le rotelle ma si spostano lo stesso, si avvicinano, fanno gruppo o stanno in cerchio. Perchè si impara anche dai compagni, e gli insegnanti non stanno in cattedra ma sono di fianco a me. Vorrei una scuola con spazi belli e progettati per apprendere, laboratori di apprendimento indoor e outdoor. Una scuola con le porte aperte, perché il mondo classe sia sempre connesso con gli altri, con l’esterno e con il territorio. Una scuola interdisciplinare, dove si impara sempre e dove ogni luogo può essere “classe”. 

Una scuola dove si impara facendo, perchè le mani sono aiutanti degli occhi e al servizio della testa, e così – mentre faccio – ricordo, capisco e imparo. Vorrei una scuola dove tutti si conoscono, dove il gruppo non è la classe, dove il grande aiuta il piccolo. Una scuola dove indossiamo una divisa comoda, che ci mette tutti alla pari e che crea senso di appartenenza. Vorrei una scuola fatta di famiglie, attente e partecipi alla vita e all’educazione dei propri figli. Vorrei una scuola in cui i compiti sono una filastrocca da inventare, o fare un video mentre recito la poesia, o un lavoretto con il tubo di cartone della carta igienica, perchè se mi diverto imparo meglio. 

Vorrei una scuola in cui la mattina i bambini corrono per andare in classe, non perchè sono in ritardo, ma perchè non vedono l’ora di arrivare; una scuola dove si sta bene, perchè il benessere è il migliore humus per l’apprendimento. 

Vi ho raccontato una scuola che esiste, per noi si chiama Tommaso Pellegrini. E vorrei che questa esperienza di vita che stiamo vivendo nella scuola primaria, potesse avere un seguito in una nostra scuola media.
Francesco


LA PAROLA DEGLI INSEGNANTI

Buonasera, 
sono Gabriela Kelm e vorrei raccontarvi del lavoro che stiamo facendo tra insegnanti di materie umanistiche della primaria e della secondaria. Una volta al mese partecipiamo a un corso di formazione che ha come scopo quello di essere introdotti al metodo di lettura da soggetto a soggetto, un metodo che allena, abitua a percepire l’altro, ovvero tutto quello che non sono io, come qualcosa che è supremamente interessante conoscere per quello che è veramente, perchè ha qualcosa da dare alla mia vita. 

Nei tre momenti di lavoro svolti finora, mi ha sorpreso vedere il livello di coinvolgimento e condivisione degli insegnanti presenti, che insegnano in ordini di scuole tanto diversi, dalla primaria alla secondaria di secondo grado.
Mi sono chiesta cosa rendesse possibile essere così insieme, quando si ha a che fare quotidianamente con alunni di età tanto diverse e quindi con proposte didattiche e problematiche differenti. 
Mi sono accorta che il punto di valore del corso che stiamo frequentando è che risponde a un’esigenza profonda mia e credo di tanti altri insegnanti e non, che ora provo a spiegare. 
Ogni mattina noi entriamo in classe per trasmettere ai nostri alunni quelle conoscenze che la nostra tradizione offre e per promuovere quelle competenze che la nostra società chiede per vivere nel nostro mondo.
Ma noi insegnanti viviamo in una cultura che comunica una sfiducia proprio rispetto alla capacità di ognuno di poter veramente conoscere l’altro, è un campo quello della conoscenza dell’altro, persona o testo che sia, in cui prevale l’incertezza, in cui prevale il sembra, il forse. Per esempio, davanti a un testo, si può arrivare a comprenderlo veramente nel suo significato o no?
Il lavoro che noi stiamo facendo è proprio questo, di verificare che l’arte e la realtà sono capaci di parlare a ognuno di noi e addirittura che il contributo più prezioso che noi possiamo dare agli altri è proprio ciò che noi vediamo dal nostro punto di vista assolutamente unico.
Accettando di fare questo lavoro su noi stessi, diventiamo anche possibilità per i nostri alunni di acquisire certezza nella loro capacità conoscitiva.
Io credo che crescere essendo certi della propria capacità conoscitiva, dico questo perchè ho visto questo e quello, sia un bisogno dei nostri alunni.
Vorrei fare un’ultima osservazione: il fatto che la nostra scuola possa ospitare e offrire ai propri insegnanti un corso come quello che stiamo facendo, ha a che fare con la ragione per cui una scuola come la nostra esiste.

La nostra è una scuola in cui è favorita la ricerca di tutto ciò che può aiutare ad offrire ai nostri bambini e ragazzi la possibilità di crescere, ovvero di scoprire e sperimentare che ha senso, ovvero vale proprio la pena, impegnarsi con la vita intera, prendere sul serio la vita, avvenimenti e incontri, come strada per introdursi al significato della vita stessa.
Gabriela Kelm


Un anno fa, il 17 gennaio, sono entrata alla Carovana come tirocinante grazie ad un programma finanziato dall’Unione Europea, Garanzia Giovani, che mette in collegamento i giovani in cerca di lavoro con le aziende.

In questa circostanza, mi è stata offerta la possibilità di collaborare con diversi docenti ed educatori affiancandoli nello svolgimento della lezione. Per sei mesi ho quindi lavorato 30 ore settimanali, circa, partecipando a tutti i momenti della vita scolastica.

Da subito mi sono resa conto di quanto la pandemia incidesse sulla routine della scuola, in particolare attraverso la DAD e le mascherine, che durante le lezioni nascondevano i volti di insegnanti e studenti la maggior parte del tempo. Nonostante le restrizioni imposte dal Covid, però, stando tra i ragazzi e i docenti dalla prima all’ultima ora della giornata, sono rimasta colpita dal desiderio degli insegnanti di vivere con passione e serietà il rapporto con gli studenti e, nello stesso tempo, la disponibilità dei ragazzi a seguire le figure autorevoli che la scuola mette a loro disposizione. Questa prima impressione è per me significativa e la conservo come un tesoro perché nel quotidiano è la cosa che, in ultimo, mi permette di mantenere uno sguardo positivo anche quando si presenta qualche difficoltà. Nel corso del tirocinio ho avuto modo di realizzare un bellissimo percorso con le classi della docente di Lettere e mia tutor, che mi ha introdotto e affiancato in ogni momento della progettazione, guidandomi nella programmazione e nella realizzazione delle lezioni che abbiamo regolarmente tenuto in classe. Inoltre ho avuto l’opportunità di proporre diverse compresenze con le altre docenti di Lettere che sono state una occasione per condividere una parte del viaggio con i ragazzi e avviare un rapporto che ritengo importante per il mio lavoro. Ho partecipato alle lezioni di matematica e alla divertentissima gita a Roma in occasione dei Giochi Matematici. Ho preso parte alle attività del sostegno e sono stata a lezione di inglese 

In conclusione posso riconoscere quanto gli incontri avvenuti mi abbiano permesso di apprezzare lo spirito che anima la scuola e mi abbiano portato a diventare io stessa insegnante della Carovana. Nel momento in cui mi sono inserita come docente, quanto sperimentato è stato per me una grande risorsa: oltre ad avermi arricchito professionalmente, mi ha regalato diversi rapporti preziosi e numerosi strumenti per affrontare il lavoro di tutti i giorni attraverso cui spero di poter restituire almeno in parte quanto ricevuto.

Ringrazio di cuore tutti i colleghi per avermi accolto come hanno fatto, in particolare la mia tutor e tutti i docenti di Lettere, e tutti quelli che hanno reso possibile questa esperienza.
Maria Chiara Bertolini


Col Covid o senza Covid, entrare in classe è sempre una sfida. I ragazzi sono cambiati, ma anche noi. Abbiamo capito l’importanza delle lezioni in presenza, del rapporto stretto e quotidiano con i nostri alunni,faccia a faccia, occhi negli occhi. Non ci possiamo sedere sugli allori, mai. Per il nostro e il loro bene. Il convegno scientifico organizzato ad inizio anno grazie alla scintilla di alcuni professori delle medie e alla conseguente entusiasta adesione di tutti i ragazzi delle terze ci ha proprio scosso, dato la carica e aperto gli occhi rispetto alle grandi potenzialità che entrano in classe e crescono sotti i nostri occhi ogni giorno, incarnate in ragazzi di 12-13 anni. Anche da questo nasce il desiderio di un rilancio e un innalzamento dell'”asticella” sempre più su, perchè i nostri alunni possono e vogliono un livello così. Forse non ne sono consapevoli, non lo dicono, o non lo sanno esprimere, ma basta vedere come si mettono in gioco quando vengono spronati per rendersene conto.

Personalmente, per quest’anno nell’ambito dell’Educazione Civica ho deciso di proporre a tutte le medie il progetto INSIEME dell’organizzazione non profit STILL I RISE, fondata da Nicolò Govoni. Abbiamo avuto la fortuna di ospitare Nicolò a scuola nel 2018, e molti professori ed ex alunni hanno ancora negli occhi la sua visita e il suo grande cuore. Still I Rise è un’organizzazione che dal 2018 ha un grande obiettivo educativo, ossia di aprire le porte della scuola ai bambini più fragili, a profughi, figli della guerra o costretti a lavorare come minatori fin dalla tenera età.
Still I Rise propone anche un sistema educativo che mette al centro il bambino, che riparta da lui…un po’ come cerchiamo di fare anche noi. Il progetto INSIEME esplora tre ambiti – quello della lettura, della fotografia e della cittadinanza – che penso possano essere davvero interessanti per i nostri ragazzi: perchè si aprano a ciò che c’è al di fuori della nostra città, al di fuori del nostro stile di vita occidentale e dei nostri pregiudizi.

Questa è un po’ la direzione che spero la nostra scuola abbia sempre: di apertura al mondo, di conoscenza, di approfondimento, aldilà delle nostre certezze e convinzioni, prendendo spunto dalla nostra accoglienza di ciascun alunno con le proprie peculiarità.
Valentina Zanasi



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